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Per il CISP è una priorità informare l’opinione pubblica, sensibilizzarla su quanto avviene nei paesi poveri o colpiti da conflitti e portare alla luce le problematiche sociali italiane. Al tempo stesso, il CISP ritiene necessario dare conto di quanto in concreto realizza e quali risultati raggiunge. Le notizie e le valutazioni riportate dai mezzi di comunicazione sulle attività del CISP contribuiscono a rafforzare il legame con l’opinione pubblica, sia in Italia sia nei paesi dove opera. È per questo che il CISP incoraggia il mondo del giornalismo, l’opinione pubblica e la cittadinanza a chiedere informazioni, approfondimenti e una valutazione del suo operato. Si tratta di una scelta di trasparenza e apertura che fa parte dell’identità del CISP come Organizzazione della società civile.

UN ClimateAction Summit 2019
23 September 2019

23-26 Settembre 2019 Maura Viezzoli Presidente del CISP ha partecipato in rappresentanza della società civile e nella delegazione italiana al UN Climate Summit 2019 nell'ambito della settimana di alto livello Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

questo il suo racconto da New York:

DIARIO DAL PALAZZO DI VETRO (Pubblicato sul quotidiano Avvenire)

23/09/2019 "DOBBIAMO MUTARE STILE DI VITA: QUESTO IL PREZZO DELLA GIUSTIZIA"

Dal 23 al 26 settembre a New York si terrà la prima Assemblea Generale di monitoraggio dell’Agenda 2030, si proverà a capire se i 17 obiettivi concordati dai paesi delle Nazioni Unite nel settembre 2015 sono stati almeno in parte raggiunti. Il cambiamento climatico è il tema dei temi. Il Summit sul clima dei giovani, che si è svolto tra sabato e domenica, e quello dei governi di oggi ha condiviso l’allarme. Come società civile, siamo impegnati nei luoghi estremi della povertà e del bisogno, dove da decenni gli effetti della crisi climatica hanno un impatto evidente, rendendo  invivibili molti luoghi e costringendo  le popolazioni a spostarsi. Migrazioni forzate con impatti ancora più drammatici per le vite di queste persone. Si stima che nel 2050 ci saranno 143 milioni di persone che migreranno a causa dei  cambiamenti climatici. Sarebbe vitale poter riconoscere a queste persone lo status di “rifugiato ” per motivi ambientali, attualmente non considerato nelle convenzioni internazionali. La riduzione della dipendenza dalle fonti fossili è la macro scelta in mano ai Governi del mondo. Ma la questione ambientale sfida anche la società nel suo insieme, esige azioni concrete sul piano della sensibilizzazione  e mobilitazione dell’opinione pubblica, richiede sostegno e gratitudine per giovani che scioperano per il clima, o per iniziative come  i Saturdays for Future in Italia. Richiede anche un cambiamento di punto di vista, la importanza di considerare che i primi a essere colpiti dalla crisi climatica sono i più vulnerabili, i più poveri ed esclusi. E se il prezzo da pagare per la giustizia è cambiare il nostro stile di vita, ebbene dobbiamo farlo. Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di povertà e di disuguaglianze. I nostri partner africani sono i primi ad essersi accorti che il clima stava cambiando, a cominciare dal ciclo delle piogge non più prevedibile, né come periodicità né come quantità e durata, e a raccontarci la crisi dei raccolti. La cooperazione internazionale è vitale per costruire partenariati locali per lo sviluppo sostenibile e per il l sostegno a comunità locali resilienti e in grado di fare fronte alle conseguenze della crisi climatica.

24/09/2019 "LA GIUSTIZIA CLIMATICA DEVE DIVENTARE AZIONE"

Sarebbe bello se le parole della giovane attivista  Greta, pronunciate lunedì alle Nazioni Unite al Summit sul Clima (Climate Action Summit) di New York,  diventassero azione, se la sua rabbia di sedicenne privata del futuro  e  la sua visibile commozione avessero il potere di superare il muro di indifferenza e ignoranza che ci circonda, di operare una svolta. In quale direzione? Prima di tutto nel renderci consapevoli della gravità della crisi climatica che il pianeta sta attraversando, del rischio concreto di arrivare a un punto di non ritorno nel riscaldamento globale, la perdita della biodiversità, la estinzione di migliaia di specie, lo scioglimento dei ghiacciai, la distruzione delle foreste. Vuole anche dire essere consapevoli che come società del mondo sviluppato è il nostro modello di sviluppo che sta portando alla crisi climatica. In secondo luogo iniziare ad assumere l’attuazione degli accordi di Parigi come una priorità assoluta, a livello politico globale, a livello politico nazionale. I Capi di stato e di Governo che hanno parlato si sono impegnati, in questa direzione, 77 di loro hanno promesso zero emissioni entro il 2050, altri 70 hanno annunciato che aumenteranno gli investimenti nel fondo contro il cambiamento climatico. Vedremo. Ciò che è certamente necessario è aumentare il livello di trasparenza dei processi, della “accountability”, la possibilità che il processi di verifica sulle azioni compiute, sugli investimenti fatti e sui risultati raggiunti siano più trasparenti e coinvolgano tutti i soggetti interessati. Come ha denunciato la società civile radunata nella “People Assembly” ieri a New York  da una parte i governi si impegnano pubblicamente, ma dall’altra molti continuano sulla strada  degli investimenti in fonti non rinnovabili, senza modificare le scelte fondamentali. I rappresentanti di paesi poveri come la Bolivia accusano il consumismo e il modello economico dominante a livello globale, e chiedono che i paesi ricchi che sono i principali responsabili della crisi climatica, si assumano la responsabilità di riparare il danno investendo nel fondo per il clima e in programmi di mitigazione e sostegno alla resilienza delle comunità povere. Il tema della “giustizia climatica” attraversa le coscienze e, soprattutto con l’attivismo della società civile e i progetti concreti delle ONG, si deve trasformare in azione nell’ambito di COP 26 che l’Italia e la Gran Bretagna stanno organizzando assieme per il 2020.

25/09/2019 "AGENDA 2030: GLI ESCLUSI DEVONO POTER DECIDERE"

E’ davvero evocativa la parola d’ordine della Agenda 2030:  No one left behind, nessuno deve rimanere escluso. Ma rispetto a cosa? Rispetto al percorso di raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile di cui in questi giorni a New York si sta tracciando un bilancio.  Sarebbe davvero un svolta per l’umanità se tra dieci anni avessimo sconfitto la povertà, come chiede l’Obiettivo 1; o ridotto la diseguaglianza, come impegna l’Obiettivo 10. La realtà purtroppo è che povertà e diseguaglianza sono in aumento in molti paesi. Si prevede che nel 2030 ci saranno 430 milioni di persone in  estrema povertà nel mondo. Tutte persone che non avranno accesso all’acqua potabile, a cibo sufficiente, alla educazione primaria, a una casa degna di questo nome, alla assistenza sanitaria. Sono proprio queste persone, le più escluse, che andrebbero ascoltate al fine di attuare una vera partecipazione inclusiva. Le persone vanno tenute al centro dei processi di sviluppo. I gruppi esclusi, che sono anche i più vulnerabili, come le associazioni indigene, le persone con disabilità e le loro associazioni, le donne, gli anziani, vanno coinvolte nel percorso di analisi dei problemi, nella ricerca di soluzioni sostenibili che tengano conto dei loro interessi e dei loro diritti, vanno inclusi nel processo di monitoraggio dell’Agenda 2030. Ma come è possibile questo se si tratta di persone invisibili, che non risultano nelle statistiche e nelle ricerche, i cui dati non sono disaggregati per genere, età, disabilità.  Se le persone vulnerabili non entrano nelle statistiche, non saranno comprese nemmeno nelle politiche e negli interventi. Dobbiamo affrontare i prossimi dieci anni consapevoli dell’urgenza e della necessità di legare la Agenda dello sviluppo con quella della crisi climatica, tutto è collegato, come hanno dichiarato i ragazzi e le ragazze  del Forum dei giovani che in nome di una nuova giustizia intergenerazionale rivendicano la leadership di questo movimento.